lunedì 16 novembre 2015

Immagini che non immagini

In questi giorni non si può restare indifferenti di fronte ai gravi attacchi terroristici dell'ISIS che hanno sconvolto la vicina Francia, seminando il panico e l'orrore tra la popolazione inerme. Tutti i media ne parlano: TV, internet e carta stampata divulgano notizie sconvolgenti su quello che è avvenuto, accompagnate dalle immagini che è possibile pubblicare senza urtare la sensibilità del pubblico più suscettibile. Su questo ultimo punto vorrei però aprire una breve riflessione: quali immagini si possono considerare legittimamente pubblicabili? Sicuramente non quelle dei corpi martoriati delle vittime, tant'è che nessun quotidiano o canale televisivo le ha diffuse. Non posso garantire per internet a causa delle peculiarità di questo media, dove chi sa cosa e come cercare può trovare qualsiasi cosa. Ci si limita quindi a pubblicare le foto delle vittime da vive, solitamente le fototessere utilizzate nei documenti di riconoscimento. Ultimamente però ho assistito a una certa tendenza dei media ad andare a recuperare le foto dai social network, dove le vite di tutti vengono un po' messe in piazza, e se si ha la sfortuna di finire sotto ai riflettori per qualche evento drammatico c'è il rischio di veder comparire in prima pagina delle foto quantomeno inadeguate. Forse sono io retrogrado a pensare che di fronte al dolore si debba mantenere una certa serietà, del resto questo è solo un atteggiamento dettato dalla mia matrice culturale: è cosa risaputa che ai funerali afroamericani di New Orleans si balla e si canta. Comunque, tornando al punto, mi sembra emblematico quello che è successo a Valeria Solesin, la ricercatrice italiana vittima della sparatoria al teatro Bataclan. Non so se anche per le altre vittime della strage è stato così, ma quando stamattina ho aperto un importante quotidiano nazionale ho avuto come l'impressione che Valeria fosse stata uccisa non una, bensì due volte: la prima da terroristi, la seconda dai giornalisti che hanno pensato bene di pubblicare una foto recuperata dalla pagina facebook del fratello della vittima, dove Valeria fa la linguaccia. Sebbene sia stato proprio il fratello a volerla ricordare così, in un momento di serenità, rimango dell'idea che quella doveva restare una scelta personale e che i media si sarebbero dovuti attenere a un maggiore distacco nella scelta delle immagini. Le immagini hanno una grande potenza, maggiore di qualunque parola scritta: gli esseri umani sono creature dotate di memoria prettamente visiva, tutti i nostri ricordi sono costituiti da immagini. Se non vengono scelte in modo adeguato le immagini possono traviare totalmente il messaggio portato dalla parola scritta, togliendo serietà a un articolo che doveva parlare di un fatto doloroso. Se non si capisce questo, a mio parere non si riesce a svolgere il proprio lavoro d'informazione in modo efficace. Informare non dovrebbe essere il tentativo di mirare ai sentimenti del pubblico, mostrando che le vittime erano persone normali con una vita normale fatta anche di momenti allegri: non si capisce il motivo di tutto ciò, visto che nessuno sosteneva il contrario, in quel caso però la notizia riguardava una tragedia, non una festa!
Se confrontassimo i giornali di mezzo secolo fa con quelli odierni noteremmo subito che nei primi il quantitativo di immagini era di gran lunga inferiore. Il motivo non è da ricercarsi soltanto nella facilità estrema con cui oggi è possibile procurarsi immagini: se andassimo a sfogliare le riviste scandalistiche di mezzo secolo fa, vedremmo che le immagini non mancavano neppure allora. Ma la selezione delle foto, quella si che era fatta con criterio. I personaggi pubblici di allora avevano un grande rispetto della loro vita privata e non avrebbero tollerato l'invadenza dei media. Vero è che al confronto con la situazione odierna, dove siamo noi stessi a dare in pasto ai social notizie sulla nostra vita privata, all'epoca era più difficile recuperare informazioni riservate su una persona.
L'ISIS, che fondamentalmente non mira alla ragione ma ai sentimenti (anche e soprattutto di rabbia e vendetta), ha capito bene il valore delle immagini e con queste da forza al proprio messaggio, che continua a convincere giovani europei di origini mediorientali (e non solo) ad aderire alla guerra santa. Buona parte dei messaggi dell'ISIS è costituita da videocomunicati in stile Bin Laden, con le armi in bella vista a dare forza al messaggio. Questi comunicati fanno capire come i leader di questo movimento politico-militare vogliono che il mondo li veda. Questi fantomatici santoni si sono costruiti un'immagine di serietà nel loro ruolo, che nessun media occidentale ha pensato di scalfire. Ci sarebbero un bel po' di cose interessanti che varebbe la pena di sapere su questi nemici giurati dell'occidente. Combattono gli infedeli nel nome di Allah, ma saranno davvero così devoti ai precetti mussulmani? Sarebbe una curiosità non solo per il pubblico occidentale, ma anche per quei giovani che aspirano a diventare i prossimi martiri della fede. Si sa nulla sulla vita privata dei leader dell'ISIS? Hanno un profilo su qualche social dove mettono in mostra la loro vita? No ovviamente, loro ci pensano bene prima di fare una cosa del genere. Perchè sanno che anche la più stupida e insignificante informazione sulla loro vita privata li screditerebbe del tutto, mostrando a tutti che sotto la maschera del santone guerriero si nasconde un uomo come tutti gli altri.