mercoledì 27 marzo 2013

Il templare nel cestino


Dopo aver finito di cenare, Luca gettò gli avanzi in un sacchetto e uscì per andarlo a buttare in un cestino lungo la via principale. Si affrettò quindi a rientrare, su Teleracconto TV stava iniziando la suatrasmissione preferita: “Ai confini della storia”.
La puzza che proveniva dal cortile condominiale impregnava l'aria. Andava avanti così da settimane, poiché nessuno passava a ritirare la spazzatura e a cambiare i sacchi neri. Anche tenendo le finestre chiuse, il lezzo riusciva a infiltrarsi in casa e a tormentare le narici di Luca, che malgrado tutto cercò di rilassarsi guardando la TV.
Condotta da Alberto Giobbo, la trasmissione trattava di misteri, leggende ed eventi insoliti e inspiegabili avvenuti nel passato. Giobbo era un tipo di mezza età, con l'aria da professore di liceo e la propensione alla divulgazione pseudoscientifica. Ogni puntata era dedicata a un particolare periodo storico o a un certo personaggio. Inutile aggiungere che molti degli eventi misteriosi di cui si parlava erano considerati dalla storiografia ufficiale null'altro che pura invenzione.
Questa volta la puntata era interamente dedicata ai Templari, un argomento che interessava molto a Luca, il quale era maniacalmente appassionato a qualunque storia che li riguardasse, in particolare alla leggenda sul favoloso e mai ritrovato tesoro templare.
Si narrava che i Templari avessero ritrovato, durante le loro spedizioni in terrasanta, nientemeno che il Santo Graal, e che questa reliquia fosse stata nascosta in un luogo imprecisato nel momento in cui l'ordine dei Templari venne soppresso.
Giobbo iniziò la trasmissione raccontando un po' di fatti che ormai, grazie soprattutto a questo genere di programmi televisivi, erano arcinoti a tutti: la storia dell'ordine templare, dalla sua fondazione alle gesta dei cavalieri durante le crociate, fino all'ultimo periodo, in cui le enormi ricchezze che i "Poveri Cavalieri di Cristo"* avevano accumulato grazie alla pratica del prestito a usura, spinsero il loro più illustre debitore Filippo il Bello, re di Francia, a organizzare un complotto contro di loro. In Francia i Templari erano tanto potenti da costituire un vero e proprio stato nello stato, ma nonostante ciò furono catturati con l'inganno e accusati di ogni nefandezza. Il loro ordine fu soppresso dalla Chiesa e il suo ultimo Gran Maestro Jacques De Molay fu arso sul rogo, mentre Filippo il Bello si appropriò di gran parte del patrimonio templare. Un modo originale ma efficace per azzerare il debito pubblico.
Se le grandi ricchezze accumulate avevano attirato invidia e risentimento, fino a diventare la causa della loro distruzione, diceva Giobbo, era strano che i Templari non avessero pensato a un modo per salvare se stessi e il tesoro, o almeno parte di esso, nel caso di una persecuzione. Soprattutto se nel tesoro si trovava una reliquia così importante!
Ai confini della storia non contemplava affatto la possibilità che la storia del Graal potesse essere un'invenzione. Portava piuttosto, quali prove a sostegno della sua esistenza, episodi storici mai chiariti completamente. Infatti, proseguiva Giobbo, la persecuzione contro i Templari non avvenne in tutta Europa nello stesso modo: ci furono anche sovrani che accolsero i cavalieri in fuga dalla Francia e li aiutarono a integrarsi in altri ordini cavallereschi esistenti, oppure ne fondarono di nuovi apposta per loro. Per esempio in Scozia i Templari furono accolti senza alcuna riserva, poiché il re Roberto I era stato scomunicato e dunque non sottostava alle direttive della Chiesa. E una parte del tesoro templare avrebbe potuto essere portata in salvo e nascosta dai cavalieri fuggiaschi. Nella Cappella di Rosslyn, nei pressi di Edimburgo, una leggenda narra infatti che si trovi nascosto il Santo Graal, la reliquia più sacra per la cristianità, anche se finora nessuno è mai stato in grado di trovarlo.

Luca seguiva la puntata con attenzione, dimenticandosi per un po' del fetore che si sprigionava dai rifiuti in decomposizione.
Sullo schermo scorrevano immagni di Rosslyn mentre Giobbo raccontava delle mirabili e misteriose decorazioni della cappella, ipotizzando che in esse fosse nascosto un codice segreto che, correttamente interpretato, avrebbe svelato il nascondiglio del Graal. Ovviamente la cappella di Rosslyn era meta ogni anno di pellegrinaggi da parte di moderni eredi di Perceval. Cercatori del Graal della domenica, più o meno ardimentosi, che andavano tastando dappertutto le colonne alla ricerca di qualche meccanismo segreto.
A un certo punto della trasmissione, Giobbo pose la fatidica domanda: Ma che cos'è il Santo Graal?"
Questo era il punto che a Luca interessava di più: esistevano diverse teorie, che furono prese in esame e discusse come in un talk show, nel quale si contrapponevano i sostenitori della più tradizionalista, che lo voleva una coppa usata da Giuseppe D'Arimatea per raccogliere il sangue di Gesù, a quelli, decisamente più strampalati, delle teorie più originali. Questi ultimi sostenevano che addirittura potesse trattarsi di un artefatto extraterrestre, anticamente venerato da una misteriosa setta ebraica, che lo riteneva essere una pietra caduta dalla corona di Lucifero. A rendere accesa la discussione in studio era il fatto che, nella letteratura medievale, il Graal non fosse definito in modo univoco. Per esempio, nel Perceval ou le conte du Graal, di Cretien De Troyes, non era descritto esattamente l'oggetto, mentre nel Parzival di Wolfram Von Eschenbach, il Graal non era una coppa, bensì una pietra magica. In studio furono proposte anche le interviste rilasciate da due famosi autori americani di libri sull'argomento, che sostennero chi l'una chi l'altra ipotesi, entrambi comunque assolutamente d'accordo sull'esistenza del Graal.
Secondo uno di loro, che sembrava essere il più autorevole, la storia della coppa o del piatto in cui sarebbe stato raccolto il sangue di Gesù si era affermata a partire dal XIII secolo, un periodo in cui l'Europa era letteralmente invasa da relique di ogni sorta provenienti dalla Terrasanta o fabbricate di sana pianta dai ciarlatani che sfruttavano la credulità popolare.
La puntata si concluse infine senza convalidare o smentire alcuna di queste teorie. Giobbo terminò la discussione con una frase a effetto: Qualunque cosa fosse il Graal, esso doveva essere stato molto importante per i Templari, addirittura più importante di qualunque altro tesoro".

Mentre si coricava, Luca rifletteva sul fatto che l'unica certezza riguardante il Graal, era che avrebbe potuto essere qualunque cosa: il mito celtico si fondeva con la religione cristiana e con la New Age. Se si consideravano anche le storie sulla sua origine extraterrestre, le cose si complicavano ancor di più. La possibilità che tutte queste ipotesi fossero invenzioni non sfiorava minimamente Luca, convinto sostenitore dell'esistenza del Graal. In lingua francoprovenzale il termine “Graal” indica un recipiente per bevande. In francese "Saint Graal" altro non è che la corruzione di "sang real", sangue reale, inteso come sangue di Gesù. Perciò “Graal” potrebbe indicare tanto il contenitore quanto il contenuto.
Luca ebbe un'intuizione, forse ispirato dalla frase di Giobbo: non era importante stabilire esattamente cosa fosse il Graal, ma casomai capire cosa significasse il Graal per i Templari!
I Templari erano un ordine religioso cristiano, attivo nel periodo delle crociate, pertanto si poteva ipotizzare che per loro il Graal fosse legato indissolubilmente alla leggenda sul sangue di Gesù. Un cavaliere cristiano che, giunto in Terrasanta, si fosse messo alla ricerca del Graal, non si sarebbe interessato per nulla ai pezzi di meteorite od oggetti fabbricati con ignoti materiali di origine aliena, ma avrebbe senz'altro cercato un contenitore adatto a raccogliere il sacro sangue. Luca fu subito orgoglioso di questa sua intuizione, che sembrava già stare in piedi da sola. Però questo ragionamento andava approfondito: che tipo di contenitore era il Graal? Una coppa? Un piatto? O magari un bacile, come quello custodito a Genova nel museo del tesoro della cattedrale di San Lorenzo, conosciuto come il "Sacro Catino"?
Con questi pensieri per la testa Luca si addormentò.


Mentre percorreva al galoppo le ultime miglia che lo separavano da Parigi, il novizio templare Arnaud era eccitato come una donzella. Ancora non credeva alla fortuna che gli era toccata: pur essendo egli un giovane novizio, non ancora ventenne, presto avrebbe avuto l'onore di incontrare il Gran Maestro dell'ordine. Rammentava l'emozione che aveva provato quando, nella commenda** dove viveva, sperduta nelle campagne, gli era stato annunciato che doveva recarsi a Parigi per consegnare al Gran Maestro la risposta a un suo messaggio giunto tempo prima. Era la sua prima missione, finalmente abbandonava la monotonia della vita da novizio, scandita dagli esercizi d'arme e dalla preghiera, per recarsi nella più grande città del regno, al cospetto della massima autorità del suo ordine.
Controllò che il messaggio da consegnare si trovasse al suo posto, nella borsa da sella. Le sue dita trovarono l'astuccio che conteneva la pergamena sigillata con la ceralacca: gli era stato intimato di non provare a rompere i sigilli e leggere il messaggio, così come non doveva consegnarlo a nessun'altro che non fosse il Gran Maestro in persona. Quest'ultimo pensiero lo fece un po' preoccupare, meccanicamente portò la mano destra sull'elsa della spada, ritrovando per un attimo la sicurezza. Mentre il sole stava calando le mura di Parigi già si intravedevano all'orizzonte. Arnaud spronò ancor di più il suo cavallo. Forse ce l'avrebbe fatta a raggiungere la città prima di sera.
Soltanto quando giunse nei pressi del Quartiere del Tempio, dove sorgeva una grande casa dell'ordine, Arnaud rallentò l'andatura del suo destriero. La sede principale dei Templari a Parigi era costituita da un grosso edificio a forma di torre e da una chiesa, protetti da mura merlate. Già era buio quando si fermò nei pressi di una porta sorvegliata e scese da cavallo. Le guardie sollevarono le torce per vederlo meglio: gli chiesero chi fosse e da dove venisse, Arnaud si identificò e mostrò il simbolo della sua commenda. Le guardie aprirono la porta e lo fecero entrare.
Nel cortile affidò il cavallo a un palafreniere e proseguì a piedi verso la torre, accompagnato da uno dei guardiani. Questo lo lasciò ad attendere all'interno di una grande sala, decorata con arazzi e trofei d'armi, mentre lo andava ad annunciare al Gran Maestro Jacques De Molay.
Poco dopo sentì arrivare qualcuno. Il suo cuore batteva a più non posso per l'emozione, si voltò e di fronte a lui si trovava il Gran Maestro De Molay in persona! Arnaud si inginocchiò in segno di rispetto e porse al Gran Maestro il messaggio che aveva portato. De Molay ruppe il sigillo, srotolò la pergamena e lesse ciò che vi era scritto, poi fece cenno ad Arnaud di seguirlo.
De Molay lo condusse in una stanza più piccola, dove si trovavano un tavolo e delle sedie. Quando furono entrambi seduti, De Molay, che fino ad allora si era espresso a cenni, si decise a parlare:
- Come ti chiami novizio?
- Il mio nome è Arnaud, mio signore.
- Molto bene Arnaud, tu di certo saprai chi sono io, quindi non c'è bisogno di ulteriori presentazioni. Sono sicuro che non avevi idea dell'importanza del messaggio che hai consegnato, ma nonostante questo hai obbedito agli ordini e resistito alla tua curiosità, cavalcando velocemente per consegnarcelo. Te ne siamo grati, la tua commenda sarà informata che hai svolto bene il tuo compito.
Prese una brocca e ne versò il contenuto, un vino dal colore scurissimo, in due coppe di metallo. Poi ne porse una ad Arnaud.
- Ecco, bevi un po' del nostro vino migliore. Proviene da una delle nostre commende del sud. Rilassa le membra e scioglie la lingua. Bevi.
Arnaud bevve un lungo sorso, e già si sentì inebriare dagli spiriti del vino.
- Ora novizio, dimmi un po' di te.
Arnaud raccontò di come era entrato nell'ordine: era figlio secondogenito di un piccolo feudatario, fin da bambino sapeva che gli averi di suo padre sarebbero spettati al fratello maggiore Albert, mentre Arnaud avrebbe dovuto intraprendere la carriera ecclesiastica. Tuttavia la cosa non gli era mai andata a genio: egli voleva essere un cavaliere e andare a combattere contro i saraceni, come i paladini di Carlomagno, protagonisti del suo poema epico preferito. Suo padre si era convinto a cambiare idea sul futuro del figlio, dopo averlo visto battersi contro avversari immaginari, brandendo la spada presa di nascosto al fratello. Grazie ad alcune conoscenze di suo padre nell'ordine templare, Arnaud era approdato alla commenda dove ora prestava servizio.
- Bene, una storia interessante. Ma dimmi, Arnaud, secondo te qual è lo scopo dell'esistenza dell'ordine templare? Non ti chiedo di rispondermi come ti è stato insegnato, ma secondo il tuo giudizio personale.
Arnaud esitò un attimo, poi esordì:
- Lo scopo della nostra esistenza è la liberazione del santo sepolcro e della terrasanta!
De Molay sorrise e disse:
- Certo, quello era il nostro scopo all'epoca in cui venne fondato l'ordine. Ma ora i saraceni hanno riconquistato le terre da cui li cacciammo a quei tempi. Organizzare una crociata è un'impresa che non interessa più a nessuno. Tuttavia esiste un piccolo pezzetto di terrasanta che i saraceni non sono riusciti a conquistare. Un pezzetto estremamente prezioso che noi templari ci siamo portati dietro prima di abbandonare quelle terre, qualcosa di tanto prezioso che necessita della costante protezione da parte di fedeli cavalieri. Questo è ora lo scopo della nostra esistenza.
- Mio signore, temo di non aver compreso quello di cui mi state parlando; volete forse dire che le navi templari hanno trasportato in Francia un pezzo del Regno di Gerusalemme?
Arnaud aveva sentito già parlare della leggendaria grandezza e potenza della flotta templare e per un attimo provò a immaginarsi mille e più galere dell'ordine che portavano a rimorchio, dopo averlo assicurato con possenti funi, un intero feudo con tanto di case, palazzi, montagne e sudditi.
- Naturalmente no, la nostra flotta è potente ma non può compiere un'impresa del genere. Però è stata in grado di portare qui un oggetto che non è parte di questo mondo. E' una cosa difficile da comprendere, per questo ho deciso di mostrartelo.
Molti cavalieri ormai non credono più nell'ordine e pensano solo ad arricchirsi. Ma tu non sei così, il tuo cuore è ancora puro e prima che il mondo inizi a corromperti, è giusto che tu veda qual è lo scopo della nostra esistenza.
De Molay condusse il novizio Arnaud in un lungo corridoio, fino a una pesante porta rinforzata. Un tenue chiarore illuminava il corridoio, sprigionandosi proprio dallo stipite della porta. Il Gran Maestro aprì la porta e il corridoio fu letteralmente inondato di luce, una luce come Arnaud non ne aveva mai viste;
- Entra e osserva quello che noi proteggiamo, la reliquia più santa e venerata!
Sebbene la luce fosse fortissima, Arnaud non ne era abbagliato, riusciva infatti a distinguere i dettagli della stanza. C'era qualcosa, qualcosa che si trovava su di una colonna posizionata al centro della stanza. Era quella l'origine di un tale bagliore? Esitò per un attimo, poi oltrepassò la soglia col cuore che gli batteva all'impazzata mentre si avvicinava al misterioso oggetto...



Luca si svegliò di soprassalto, con ancora nella testa le immagini confuse del sogno. Cercò di rimetterle in ordine, compito assai arduo con i sogni, che cercano sempre di farsi dimenticare.
Tra le teorie di cui era convinto sostenitore, vi era quella secondo la quale nei sogni fosse possibile rivivere le esperienze accadute ai propri antenati. Si può ben capire il suo stato di eccitazione nello scoprire di aver avuto un antenato templare! Ma cosa aveva visto esattamente il suo antenato, una volta entrato in quella stanza? Questo non riusciva proprio a ricordarlo. Meditò sul fatto che, tramite ipnosi, avrebbe potuto recuperare chissà quali ricordi. Questa prospettiva lo esaltava e intimoriva al tempo stesso, mentre a tentoni col piede cercava una delle sue ciabatte. Si alzò e andò a darsi una rinfrescata.
Fuori c'era vento, e almeno per il momento il cattivo odore era stato spazzato via. Ma Luca sapeva che si trattava di una tregua momentanea. Qualcuno avrebbe dovuto prima o poi decidersi a scrivere all'amministratore.
Sotto la doccia cercò di ripensare alle sue idee della sera prima, su quale potesse essere la forma reale del Graal. Prima di addormentarsi aveva avuto una specie di intuizione, che non aveva fatto ancora in tempo a formarglisi pienamente nella testa: finora, tra gli oggetti candidati a essere potenziali Graal, si erano considerati solo coppe, catini, piatti; tutti oggetti di solito realizzati in metalli preziosi e decorati con gemme splendenti. Ma non era assurdo pensare che Giuseppe di Arimatea avesse con se un oggetto di quel tipo per raccogliere il sangue di Gesù? Molto più plausibile che avesse raccolto il sangue con un recipiente di fortuna trovato sul posto.
Per quale motivo, tra le numerose reliquie sparse per l'Europa, non si vede neanche un oggetto di uso quotidiano e d'umile fabbricazione? Questa era proprio una questione degna di essere dibattuta nell'apposita rubrica di Ai confini della storia, quella dedicata alle lettere dei telespettatori, discusse in studio da Giobbo e dagli ospiti della serata. Luca decise quindi di scrivere alla trasmissione e di esporre il suo dubbio, nella speranza che qualcuno sapesse trovare una risposta.
Purtroppo ebbe l'amara sorpresa di constatare che la redazione della sua trasmissione preferita si era deliberatamente tenuta indietro con le tecnologie e non era possibile inviarle una e-mail, ma solo spedire una lettera cartacea al loro indirizzo postale. Senza perdersi d'animo Luca prese carta e penna e incominciò a buttar giù una bozza. Non scriveva una vera lettera da un bel po' di tempo, forse da quando era bambino, e si era dimenticato di quanto potesse essere difficile scrivere senza un word processor. Ben presto, correggendo errori qua e là, finì per riempire il foglio di scarabocchi. Spazientito, appallottolò il foglio e lo gettò via, prendendone uno nuovo per ricominciare a scrivere.
Mentre scriveva, ebbe di colpo una nuova intuizione: il secchio! Ecco un possibile candidato al ruolo di Santo Graal, un oggetto che sarebbe stato possibile trovare sul luogo della crocifissione di Gesù. Infatti i secchi venivano utilizzati per portare l'acqua da somministrare ai condannati tramite una spugna, in modo da prolungare la loro terribile agonia. Giuseppe di Arimatea avrebbe benissimo potuto utilizzare un secchio per raccogliere il sangue di Gesù! Questa era sicuramente un'altra cosa da scrivere nella sua lettera.
Ora il vento era cessato, e la puzza stava ricominciando a farsi sentire, dapprima con un lieve retrogusto pungente nell'aria, poi con un lezzo irrespirabile.
Luca riprese a scrivere sul nuovo foglio con rinnovata ispirazione, ma ben presto si rese conto che l'odore gli impediva di concentrarsi. La voglia di scrivere lo abbandonò, decise quindi di riprovare più tardi. Gettò anche il secondo foglio nel cestino e si sdraiò sul letto per riposare un po' e riordinare le idee.



La fresca sera primaverile lasciò il posto a una notte luccicante di stelle. La luna era in fase crescente e se ne intravedeva appena un piccolissimo spicchio, la cui tenue luminosità non ostacolava l'osservazione degli altri astri.
Erano le notti come quella che Mordechai preferiva: sdraiato sul tetto piatto della sua abitazione in mattoni d'argilla, passava il tempo a osservare le stelle. Col tempo aveva imparato a riconoscere le varie costellazioni e il modo in cui cambiavano posizione a seconda del periodo dell'anno. Pur essendo egli un adoratore del vero Dio d'Israele, secondo la cui parola le stelle altro non erano che prodotti della sua creazione, non aveva difficoltà a capire come mai per alcuni pagani le stelle fossero esse stesse divinità. Sapeva che presso le nazioni pagane vi erano addirittura dei dotti che passavano intere notti in cima ad alti edifici per osservare i cambiamenti nel cielo notturno, dai quali ritenevano di poter interpretare il volere di questa o quella divinità. I più pragmatici popoli del mare invece utilizzavano le stelle per navigare, riuscendo a compiere intere traversate in mare aperto, senza restare in vista della costa. Grazie alla posizione degli astri erano in grado di capire verso quale direzione orientare le occhiute prue delle loro navi.
Mordechai non era né un dotto né un navigatore, bensì un semplice pastore. Ogni mattina portava il piccolo gregge di suo padre a brucare le sterpaglie che crescevano sulle aride colline ai bordi della valle, riconducendolo a casa verso sera. Era un'occupazione noiosa, ma gli lasciava molto tempo per pensare. Spesso condivideva questi suoi pensieri col suo fratello maggiore Aaronne, che però non aveva il minimo interesse per gli astri e lo prendeva sempre in giro, chiamandolo "Mordechai il Mago"***, anche davanti ai suoi genitori.
L'unica che sembrava apprezzare questa sua passione era Miriam, la figlia dei loro vicini, che talvolta gli faceva compagnia durante le sue osservazioni del cielo notturno. Ultimamente Mordechai provava una strana sensazione quando si trovava con lei: Miriam gli si sdraiava a fianco per guardare comodamente il cielo, senza torcersi il collo. A volte girava la testa verso di lui, per domandare qualcosa su una stella appena osservata, ed egli si sentiva sfiorare il volto dalla riccia chioma della fanciulla. Allora Mordechai arrossiva, senza capire bene perché, stava un attimo in silenzio, poi rispondeva alla domanda di Miriam. Avrebbe voluto chiederle se poteva sfiorarlo più spesso con la sua chioma riccia, che gli procurava tanto piacere. Avrebbe anche voluto chiederle se poteva carezzare quei riccioli stupendi, che erano una moltitudine come le stelle. Avrebbe voluto, ma lo frenava la paura di fare la figura dello stupido. Alle soglie della pubertà, Mordechai ancora non sapeva cosa fosse quella strana attrazione che provava per la sua amica.
Proprio lei sperava di vedere quella notte: era una notte davvero stupenda e voleva che anche Miriam potesse ammirare con lui la bellezza del creato. Ma forse non sarebbe venuta, Mordechai sapeva bene che la famiglia di Miriam non era molto contenta che lei passasse il tempo a guardare le stelle con lui. Quindi si rassegnò ad ammirare da solo lo spettacolo: la costellazione di Chesil era sempre ben visibile, con le sue grandi stelle luminossime che Mordechai tanto amava. Non tardò ad accorgersi che una delle stelle di Chesil stava dando luogo a un insolito prodigio: la sua luce sembrava smorzarsi per poi riavvampare di colpo fino a renderla la più luminosa di tutto il firmamento. Contò le stelle della costellazione per cercare di capire di quale stella si trattasse esattamente, ma qualcosa non tornava: c'era una stella in più, proprio quella che stava dando luogo allo spettacolare fenomeno. Mordechai fu preso da immensa gioia: il grande e vero Dio aveva deciso di proseguire la sua creazione, regalando agli uomini una stella così luminosa da potersi vedere perfino nelle notti più buie. E a lui, l'umile figlio di un pastore, era stato concesso il privilegio di assistere per primo in tutto il villaggio a tale spettacolo. Pensò di chiamare i genitori, ma poi si dissuase dal farlo: non sarebbero certo stati contenti di svegliarsi per osservare un fenomeno che per loro era tanto insignificante. Allora gli dispiacque che non ci fosse Miriam ad assistere con lui a tanta bellezza.
Tornò a guardare la nuova stella, prima di andare a coricarsi, ma si accorse di un particolare che lo lasciò sconvolto: la stella non solo ora era ancora più brillante, ma si era spostata dalla sua posizione originaria! Mordechai restò a fissarla e notò che lo spostamento continuava a vista d'occhio, così come l'aumentare della luminosità. Con stupore crescente realizzò che la velocità con cui la stella si spostava aumentava anch'essa, fino a raggiungere un'andatura pazzesca. E se invece di crescere la stella si stesse semplicemente avvicinando? Mordechai si ricordò di quello che dicevano i sacerdoti, che i disegni di Dio non erano mai troppo chiari, anche quando erano così luminosi.
Improvvisamente la stella si fermò e si spense, per poi subito riaccendersi con una luce rossa intensa, come un fuoco. Dal rosso passò all'arancio e al giallo, fino a coprire tutta la gamma dei colori dell'arcobaleno: Mordechai iniziò a dubitare che quella a cui stava assistendo non fosse una creazione divina, ma un trucco perverso di Satana. Quando la stella riprese a muoversi, iniziò ad averne paura. Ormai era chiaro che il corpo celeste si stava avvicinando alla terra, e anche la direzione era chiara: stava andando verso di lui!
E tuttavia Mordechai non riusciva a evitare di restare fermo lì a guardare. Quando era ormai vicinissima, la stella si spense di nuovo. Poi si riaccese, ma stavolta la luce era bianca e fortissima, tanto da illuminare tutta la valle come se fosse giorno. Stranamente la luce non lo abbagliava, Mordechai se ne accorse poiché non riusciva più a chiudere le palpebre, voleva fuggire, ma non riuscì a muovere neanche un muscolo: una forza misteriosa lo bloccava e non gli permetteva neppure di gridare come avrebbe voluto. Si sentì sollevare da terra, e si librò lentamente verso l'astro luminoso fermo a poca distanza dal suolo, mentre i sensi lo abbandonavano...



Luca si ridestò stupito: si era addormentato come un sasso senza accorgersene. E meno male che si era riproposto di pensare a come scrivere la lettera! Il sole mattutino inondava la stanza, e la puzza riempiva l'aria come al solito. Guardò l'orologio e vide che erano le 8. Se non ricordava male si era sdraiato sul letto alle 16 del giorno prima. Che dormita! Si sentiva da schifo e andò in bagno a sciacquarsi la faccia. Guardandosi allo specchio ebbe un sussulto: un rivolo di sangue gli colava dal naso. Per un secondo ebbe una strana sensazione di deja-vu, come se in passato si fosse già risvegliato in quelle condizioni. Si tamponò il naso con del cotone, e pensò a cosa mettere sotto i denti per colazione. Di scrivere la lettera ora non se la sentiva proprio, anche perché non ricordava esattamente di cosa doveva scrivere. Ma poi per quale motivo doveva scrivere una lettera? Aveva proprio dimenticato, si ricordava solo che era qualcosa a proposito di un contenitore.
Ah si! Ora si ricordava perfettamente. Ma perché non mandare una e-mail allora? Ci avrebbe pensato subito dopo la colazione.
Mangiò, gettò i rifiuti nel sacchetto e andò a buttarlo in un cestino all'esterno del palazzo, lungo la strada. Era una situazione insostenibile che non poteva andare avanti ancora, pertanto si mise di buona lena al computer per scrivere la lettera che avrebbe già dovuto essere inviata da tempo:

Gentile Amministratore,
vorrei comunicarLe che nelle ultime settimane nessuno è passato a ritirare l'immondizia nel cortile. Le faccio presente che per tutto il palazzo si sente una puzza infernale, provocata dai rifiuti organici in decomposizione. Inutile dirLe che noi condomini siamo estremamente infastiditi da questa situazione, oltretutto siamo costretti ad andare a gettare i rifiuti nei cestini che si trovano lungo la via principale, dove la spazzatura viene ritirata regolarmente, non potendo certo andare ad aggiungere altri rifiuti a quelli già ammassati nel cortile. L'odore che si sprigiona da questi ultimi è tanto fastidioso da far impazzire!
Non Le chiediamo il Santo Graal, abbia pazienza, ma solo di far sostituire i sacchi ogni settimana!

Luca si sentì particolarmente soddisfatto di questo passo, pur non avendo idea di come gli fosse venuto in mente di citare il Graal. Questa parola però gli piaceva e gli stava facendo tornare in mente qualcosa. Continuò:

Se non passa nessuno a cambiarli, per maneggiare la spazzatura sarà necessario indossare le tute antiradiazioni. Lo faccia presente a chi di dovere!
Viviamo nel 2012, non nel medioevo, dove peraltro Le ricordo, caro Amministratore, che i Templari avevano già inventato un'efficace sistema di gestione della spazzatura. E poi la storia che il Graal era una coppa tutta bella dorata e ingioiellata è palesemente un falso: lo capiscono anche i bambini che è più plausibile che fosse un secchio o qualcos'altro che si trovava sul posto della crocifissione.
Forse penserà Le che scrivo fesserie, ma se non ci crede può sempre guardare in TV, dove in Ai confini della storia parlano sempre di queste cose. Per esempio nell'ultima puntata parlavano giusto di...ecco, adesso non ricordo, ma non è colpa mia se quei dannati alieni, che puzzano in modo infernale, vengono a prendermi ogni notte e mi cancellano la memoria. Ma poi dopo mi ritorna sa? Infatti alla fine mi sono ricordato che dovevo scriverLe questa lettera e come vede, l'ho fatto.
Bene, mi sembra di averLe detto tutto quello che c'era da dire. Ora La saluto che devo andare a fare non ricordo ancora cosa, ma di sicuro qualcosa.
Cordiali saluti,
Luca Arnaud Mordechai



* - Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone” era il nome ufficiale dei Templari
** - Le commende templari erano terreni amministrati dall'ordine, da essi i cavalieri traevano profitto attraverso tasse e rendite agricole.
*** - “Mago”, nell'antica Israele, era un termine usato per indicare i sacerdoti pagani, principalmente quelli babilonesi, famosi per praticare l'astrologia.